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Dopo il tempo del declino, viene il punto di svolta.
La luce intensa che era stata scacciata ritorna. C’è
Movimento, ma non è determinato per violenza …
Il movimento è naturale, sorge spontaneamente.
Perciò la trasformazione di ciò che è invecchiato diventa facile.
Il vecchio viene rifiutato e ad esso subentra il nuovo;
perciò non ne risulta alcun danno.
I Ching- “Libro dei mutamenti”

La sofferenza: tra mito e religione

Dalla notte dei tempi gli uomini si interrogano sul senso della sofferenza rintracciando spesso in miti e dogmi religiosi un significato a questo vissuto penoso.

Ogni essere umano ha potuto vivere in prima persona e quindi, in seguito riconoscere nell’altro la  sofferenza e il patimento. L’uomo moderno nella sua cultura occidentalizzata, sembra impattare con il vissuto della sofferenza quasi come una tragedia o un ostacolo da evitare pur di sopravvivere, come se essa stessa fosse portatrice di una fatale sventura senza possibilità di salvezza.

L’idea occidentale che l’uomo abbia lo scopo di dover evitare la sofferenza per evitare di incappare nella disperazione, appare molto limitante, come se si volesse trovare il senso della sofferenza soffermandoci su un solo fotogramma del film, fissando il fermo immagine su un momento di smarrimento e di sconcerto, che sembra durare all’infinito.

Questa è una visione totalmente parcellizzata della sofferenza a cui manca la complessità e la dinamicità del processo ovvero del movimento che permette di poter intraprendere un viaggio da uno stato iniziale verso qualcosa di nuovo, inaspettato e ancora non pensabile (Minolli, 2009).

Rappresentazione emblematica di questo processo di transizione appare il mito greco del vaso di Pandora, inteso come il leggendario contenitore di tutti mali, o sofferenze, che si riversarono nel mondo dopo la sua apertura.

Secondo il racconto, tramandato dal poeta Esiodo ne “Le opere e i giorni”, Zeus donò il vaso a Pandora, raccomandandole di tenerlo in custodia senza aprirlo. La curiosità di Pandora la portò ad infrangere il patto con il padre degli Dei e lo scoperchiò, liberando così tutte le sofferenze del mondo. Sul fondo del vaso rimase soltanto la Speranza (curiosamente annoverata tra i mali dell’umanità). Secondo il mito, prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera dalle sofferenze e gli uomini si credevano illusoriamente felici, quasi immortali.

Con l’apertura del vaso al mondo si palesò un orizzonte più completo, arricchito di aspetti più reali seppur dolorosi, e Pandora, smarrita e sconcertata, lo riaprì nuovamente per liberare anche la Speranza (di poter rimediare al suo gesto).

La metafora del vaso di Pandora è una suggestiva esplicitazione dell’incontro dell’uomo con le proprie inquietudini e sofferenze, spesso rimaste nascoste, e che una volta manifeste diventano impossibili da celare.

Anche nella tradizione ebraico-cristiana nella cacciata dall’Eden ritorna il concetto della sofferenza che può condurre ad uno svelamento della realtà.

Il confronto doloroso con i propri limiti, umani e non divini, apre all’uomo la possibilità di vivere in un mondo vero e non illusorio la propria esistenza e unicità. Eva, avverte una spinta verso il non conosciuto, l’ignoto, assaggia il frutto della verità, aprendo un orizzonte nuovo, incerto e per questo inizialmente spaventoso.

Il vecchio mondo non è più accessibile e si palesa una nuova realtà che necessita di fatica per essere conosciuta. Da quel momento inizia quindi, un cammino periglioso che conduce la coppia primigenia a ricercare nuovi equilibri attraverso la sperimentazione della sofferenza e la capacità di scegliere nuovi significati.

La sofferenza umana e la perdita dei punti di riferimento

Come avviene nel dogma religioso, anche nella vita quotidiana l’uomo è chiamato ad affrontare l’idea penosa che tutto possa rivelarsi diverso da come lo pensava. Nel momento stesso in cui questo svelamento avviene, la realtà si manifesta nella sua natura e l’uomo è chiamato ad accorgersi che niente è più come prima. Le speranze e ambizioni umane, vengono spesso frustrate dai limiti posti dalla realtà. L’uomo incontra i limiti di se stesso al cospetto della realtà: i legami si interrompono o mutano, le frustrazioni e le umiliazioni si accumulano.

L’uomo sofferente e/o insoddisfatto sente di aver smarrito i punti di riferimento interni ed esterni, le vecchie modalità di pensiero e di comportamento non sembrano più efficaci. La perdita di sponde sicure, sconcerta e spaventa da sempre  l’uomo, persuaso solo di non poter tornare a vedere con gli stessi occhi di un tempo (Minolli, 2009).

Perdere il vecchio approdo prima ancora che si possa scorgere il nuovo punto di arrivo, di cui non si ipotizza neanche l’esistenza, è un timore soverchiante, che fa smarrire le certezze umane. Si teme di rimanere intrappolati in questo limbo senza soluzione.

Tale momento di vita si caratterizza di dolore che può giungere fino alla disperazione, per la forte tendenza all’autocritica e all’auto-condanna, per il senso penoso di impotenza mentale e per l’indebolimento della volontà e dell’auto-dominio, dovuti alla credenza di non poter trovare soluzione alla sofferenza (Assagioli, 1996).

L’uomo posto davanti alla sofferenza, apparentemente senza soluzione, causata dall’inefficacia delle vecchie strategie, si trova davanti ad un bivio non sempre consapevole: la possibilità di accedere o meno alla Crisi.

La crisi: la perdita dell’equilibrio e la paura di impazzire

Nel momento in cui i tentativi di ripristinare lo status quo non risultassero risolutivi, l’uomo affronterà una Crisi dolorosa, che lo porrà davanti alla possibilità propulsiva ed evolutiva di potersi relazionare in modo più nuovo e pieno con sé e il mondo.

Il termine crisi deriva, dal greco “krisis”, che significa scelta e decisione ma anche separazione, e da “krino”, inteso come la capacità di distinguere e discernere (Montanari, 2002).

L’uomo in quanto essere dinamico è in movimento: si sviluppa e vive la propria esistenza in un continuo alternarsi tra modalità tendenti al mantenimento dello status quo e perdita di stabilità che portano alla ricerca di nuovi equilibri (Minolli, 2009).

Quando gli equilibri diventano troppo statici e cristallizzati, il sistema entra naturalmente in crisi per rigenerarsi e chiede alla persona di potersi rimettere in gioco alla ricerca di nuove comprensioni di sé e della realtà (Ibìdem). La Crisi appare quindi come un Processo verso un cambiamento (Racamier, 1985), che contiene in sé aspetti e esiti incerti e ambivalenti.

La persona cerca di arginare la caduta rovinosa delle sue convinzioni e certezze, magari irrigidendosi su vecchie modalità ideative, comportamentali e relazionali, nella convinzione di ripristinare il vecchio modello di esistenza.

Questo spavento può condurre ad una vera e propria “paura di impazzire”, che cerca disperatamente di ritrovare gli equilibri “identici a prima di quella crisi” (Assagioli, 1996), tentando di soffocare vanamente l’inquietudine (Ibìdem). L’emotività e il timore di non reggere questo momento di crisi è molto forte. Perdendo i punti di riferimento finora conosciuti l’uomo si sente destrutturato.

La sofferenza legata a questo passaggio implica che la modalità rappresentativa finora adottata non è più sufficiente oppure ha esaurito la sua funzione e quindi non è l’unica soluzione possibile.

La crisi diventa dunque il segnale della necessità di abbandonare modalità stabili e familiari, ma che creano sofferenza perché da troppo irrigidite e non funzionali.

Come per Pandora ed Eva, la realtà si è svelata e nulla sarà più come prima. L’uomo in Crisi, oltre al tentativo di irrigidirsi su vecchie modalità, apparentemente confortanti, sente crescere dentro di sé l’esigenza di trovare nuovi lidi e nuove sponde verso cui dirigersi, alla ricerca di nuovi significati più complessi e che maggiormente possano dar senso alla perdita che si avverte.

Gli esiti della Crisi sono incerti e variabili da soggetto a soggetto e possono differenziarsi all’interno della stessa persona in base al momento storico-evolutivo che la caratterizza (Minolli, 2009).

A seconda della fase della vita che sta vivendo, infatti,  la persona può contare su un bagaglio di risorse mentali, emotive, cognitive e di scambi relazionali più o meno maturi, che possono fare la differenza nella risoluzione di una Crisi.

In questa ottica la sofferenza ed il dolore non sono più concepiti come momenti disastrosi statici ed immutati ma come parte di un momento di passaggio vitale e critico, che richiede alla persona di creare un nuovo significato e senso della realtà, dei propri vissuti e dei propri ricordi per evolvere verso una consapevolezza più piena.

Passaggio al cambiamento: nuovi significati e strategie

Nella totale immersione nel dolore mista a paura di dover abbandonare la vecchia pelle (ormai divenuta una gabbia opprimente), l’essere umano sembra essere senza via d’uscita, e può sentire nascere l’esigenza di chiedere aiuto, intraprendendo  percorsi di psicoterapia che possono facilitare la crescita personale.

Per l’essere umano, infatti, la presa di coscienza del mutamento, spesso si accompagna a  smarrimento e sofferenza intensa e proprio questi vissuti sembrano essere i requisiti necessari per  aprirsi alla scelta di un cambiamento.

La capacità che può facilitare il passaggio della Crisi verso il Cambiamento riguarda la possibilità di prendere consapevolezza che si tratta di un processo temporaneo, necessario e  vitale per l’uomo nel qui e ora in cui si sta verificando.

La psicoterapia (unitamente ad altri percorsi introspettivi e/o creativi), può facilitare la presa di coscienza di sé e permettere di superare lo smarrimento, traghettando verso un cambiamento, che non è in alcun modo vincolato a scelte concrete o discrezionali di comportamento (Minolli, 2009).

Il cambiamento infatti non può essere una strada da indicare dall’esterno, in quanto solo la persona può seguire il proprio movimento vitale (Minolli, 2009), e può non essere chiaramente visibile nelle manifestazioni comportamentali esterne ma riguarda una modificazione dei significati interni.

Una persona può continuare a condurre la vita finora condotta ma attribuendogli significati ‘altri’, più consapevoli e più pieni. In questo contesto si può dire che non è il dato esterno a dare il senso ma è la persona che sceglie che senso attribuire all’esperienza esterna (Ibìdem).

Accedere al significato di transitorietà e di mutamento della sofferenza permette di vedere nella crisi la necessità e l’opportunità di effettuare un passaggio, stimolando nell’individuo la ricerca di ipotesi e spiegazioni alternative, che gli consentano di non soccombere alla sofferenza, ma di rileggerla come una possibilità per accedere ad una comprensione di sé e degli altri più complessa ed articolata, nel qui e ora.

Questo processo di ri-significazione della sofferenza, permette alla persona di scoprire le dinamiche inconsapevoli che finora ha attuato con sé e gli altri e il senso che aveva conferito alla sua vita, ai ruoli che impersonava in modo ripetitivo.

Gli consente di riappropriarsi degli aspetti personali che non riconosceva e attribuiva esclusivamente al comportamento altrui, di cui si sentiva vittima (Minolli, 2009). Il lavoro di riconoscimento dei propri agiti e vissuti emotivi inconsapevoli,  offre alla persona di riconoscersi  in un ruolo più autentico come parte attiva  e responsabile nella propria vita, tanto da poter pensare ‘se dipendesse anche da me … qualcosa posso fare …’.

La sofferenza nella crisi rappresenta quindi la possibilità di accedere ad un processo faticoso, al termine del quale, come in fondo al vaso di Pandora, attende la speranza di aprirsi ad uno “spazio di un futuro da compiere” (Bloch, 1949) nel cambiamento evolutivo.

Silvia Maugeri
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Bibliografia

Assagioli, R. (1966), Per l’Armonia della vita. Astrolabio. Roma.

Bloch M. L.B. (1949), trad. it. Apologia della storia o mestiere di storico.  Einaudi, Torino (1950).

Carassiti A.M. (1996), Dizionario di mitologia greca e romana. Newton & Compton, Roma.

Mantovani F., (2002), Vocabolario della lingua grecaLoescher Editore, Torino.

Minolli M., (2009), Psicoanalisi della Relazione, Franco Angeli, Milano.

Racamier, P.C. (1985), trad. it. Di Psicoanalisi in Psichiatria. Loescher Editore, Torino (1986) .


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