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La creatività che cura

Giro il mio caffè solubile che uso a studio in senso antiorario. Non c’è lo zucchero, perché lo prendo amaro. Rifletto su questo mio gesto inconsueto di girare la paletta al contrario mentre sto ragionando sulla creatività come cura e, guarda caso, il mio corpo fa qualcosa di diverso dal solito.

Voglio infatti scrivere della possibilità che noi tutti abbiamo di stare meglio, se solo ci concedessimo l’opportunità di pensare diversamente. Sembra banale, ma non lo è affatto. Non è nemmeno scontato.

Il mio lavoro mi fa stare a contatto con le persone, è una finestra sul loro mondo interiore. Quando le persone si fidano di me, a poco a poco, mi aprono le porte delle stanze più recondite di tale mondo. È allora un privilegio stargli accanto e guardare con loro dentro quelle stanze e insieme cercare creativamente una soluzione per raggiungere un miglior benessere psicofisico. Ogni volta è una soluzione diversa e per ogni persona può essere differente nei vari momenti di vita. Gli dico ” pensa alla tua giornata come a una mistery box. Oggi hai 3 ingredienti che possono essere un marito infuriato, un figlio particolarmente lagnoso e la macchina in panne, perciò arriverai tardi a lavoro. Cosa ti inventi quel giorno?”.

La vita è così, è una battaglia. Possiamo scegliere di restare ancorati ai nostri vecchi schemi come rimanere a letto tutto il giorno aspettando che passi la bufera o obnubilandoci con alcool e droghe o vivere con la tachicardia. In alternativa possiamo imparare qualcosa da queste modalità e tirar fuori il coniglio dal cilindro.

“Non è facile” mi dicono le persone con cui lavoro. “Certo, non lo è. Non lo è per nessuno”, gli rispondo. Se fosse facile non sarebbe vita.

Le soluzioni “facili” hanno sempre degli effetti collaterali. Pensiamo allo stordimento post ubriacatura, agli effetti sul corpo e sul cervello dell’uso prolungato di sostanze stupefacenti o alle cicatrici visibili dell’autolesionismo e a quelle invisibili di chi passa la vita a braccetto con l’ansia o la depressione, pensando di non farcela, di essere un totale fallimento.
Le soluzioni utili invece, sono sempre faticose, ma garantiscono un buon risultato.

Torniamo alla nostra scatola degli ingredienti. Cosa posso fare oggi con quello che ho? Con quello che sono? Non mi concentro su quello che manca, sugli “avrei potuto, avrei dovuto”. No, non avresti potuto, altrimenti lo avresti fatto! Guardiamo il nostro presente. La domanda è: chi sono? Che persona sono? Fermiamoci qui, non andiamo a pescare nel futuro ansie, pensando “mai sarò, mai potrò”. Stiamo qui, nell’immediato presente, accettando i nostri limiti, le nostre sofferenze, i nostri sintomi. Grazie a loro ce l’abbiamo fatta finora, ci hanno permesso di sopravvivere (Fisher 2021).

La depressione può infatti essere un rifugio, l’unico modo per “tenere botta” di fronte a momenti di vita tremendi. Può essere un modo per mettere in stand by decisioni ritenute insostenibili, o per ritirarsi da relazioni tossiche.
L’ansia è una bestia. Sale improvvisamente e anche quando pensi di aver imparato a gestirla, può sorprenderti. L’ansia ti fa sentire perso, sopraffatto, ma se guardiamo meglio, possiamo vedere che quell’inquietudine fastidiosa può essere anche l’unico modo per sentirsi vivi, per sentire il proprio corpo, reso quasi inerme dall’eccessivo senso del dovere o dai divieti. Il cuore inizia a battere forte, il corpo va in allerta, è pronto a reagire, è sveglio, più sveglio di quando sei preso e schiacciato dalla tua routine. Pensiamo anche all’ansia sana, quella che ci accompagna a un esame, o a un momento particolarmente emozionante della nostra vita. In quei momenti è utile essere particolarmente ricettivi, adrenalinici e lucidi e, grazie all’ansia, ci riusciamo.

Non sto parlando di quello che Freud (1917) chiamava vantaggio secondario del sintomo, ovvero l’ottenimento inconsapevole di benefici a partire dalla condizione di essere malato, come le attenzioni delle persone che ti stanno intorno, la loro vicinanza. Mi riferisco altresì al significato specialissimo e unico che quel sintomo ha avuto e continua ad avere per quella persona (Fisher 2021).

Ogni volta che il nostro corpo produce qualcosa, che sia una ciste, un tumore o un disturbo d’ansia o un disturbo dell’umore, quel sintomo, in quel preciso momento storico, ha un definito significato per noi (Rainville 2021). Quel sintomo rappresenta un messaggio o un’ancora di salvataggio, ovvero, letteralmente, ci salva, salvaguardia il nostro benessere psicofisico (Fisher 2021). Corpo e mente si organizzano per mantenere un equilibrio.

Dovremmo quindi tenerci i nostri sintomi? Ovviamente no, ma possiamo seguirli per fare la storia del dolore che si è incistato nel tempo e sciogliere nodi antichi, spesso inconsapevoli, che non ci permettono di stare bene nel presente e di essere padroni delle nostre scelte.

Una depressione che ritorna tutte le volte che ci si confronta con insuccessi lavorativi, ha forse a che fare con le alte aspettative che abbiamo su noi stessi? È forse il nostro modo di ritirarci da un mondo che ci sembra troppo esigente? Un attacco di panico che ci assale ogni volta che dobbiamo uscire, è forse un tentativo di evitare situazioni sociali scomode? Può essere una protezione da un confronto temuto con le proprie scarse capacità relazionali?
A volte la sensazione di angoscia che stringe il collo all’improvviso e all’apparenza inspiegabilmente, può essere un ricordo (Fisher 2021). “Dottoressa tutte le sere mi viene l’ansia”, chiedo allora “la sera che momento è per lei? Cosa accadeva a casa sua la sera?”. E si scopre che quella fase della giornata era critica nell’infanzia di quella persona. I suoi genitori infatti litigavano spesso durante la cena e quella persona, nel tempo, ha sviluppato un’ansia preventiva per il momento di riunione serale della famiglia.

Non è solo la nostra mente a ricordare, ma esiste una memoria del corpo (Fisher 2021) che rimette in scena le strategie di sopravvivenza elaborate nel passato, anche quando non servono più. Queste memorie, una volta esplicitate, lasciano la persona libera di appropriarsi del presente, senza il peso di ciò che è stato.

Allora risulta utile, se non essenziale, ascoltare il proprio dolore (Tich Nhat Hanh 2015, Candiani 2018), guardarci dentro, guardarlo in faccia, starci consapevolmente.
Come il dolore guida la partoriente nel travaglio per mettere al mondo il suo bambino, permettendole di capire quale sia di volta in volta la posizione che facilita la nascita, così il dolore psichico può guidarci sulla strada da percorrere per recuperare parti di noi sepolte dalla paura, bombardate da traumi ripetuti. Il dolore ci protegge da potenziali deflagrazioni psichiche, da squilibri peggiori. Il dolore può essere un faro che conduce verso una rinascita o verso la nascita vera e propria di parti di noi mai espresse.
Possiamo tornare a vivere, o iniziare a vivere davvero, pienamente, per la prima volta, non più vittime di vincoli inconsci, ma liberi dal passato e presenti a noi stessi.

A volte, per avviare un cambiamento, basta girare una paletta creativamente!

Marianna Bonanni
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Bibliografia

  • Thich N.H. (2015) “Il dono del silenzio”, Garzanti.
  • Candiani C.L. (2018) “Il silenzio è cosa viva”, Einaudi.
  • Freud S. (1917) “Introduzione alla psicoanalisi”, Bollati Boringhieri.
  • Rainville C. (2021) “Metamedicina. Ogni sintomo è un messaggio”, Amrita.
  • Fisher J. (2021) “Trasformare l’eredità del trauma”, Mimesis.

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