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I paradossi della droga

 “Non so proprio dove vado

ma proverò a raggiungere il regno se ci riesco

perché mi sento un vero uomo

quando infilo l’ago in vena

poi dico che le cose non sono affatto le stesse

quando mi sto godendo la mia pera”.

Heroin – Velvet Underground

Circa venti anni fa ho cominciato ad interessarmi al fenomeno delle sostanze stupefacenti e degli effetti devastanti che esse hanno sul cervello e sull’intera vita dell’individuo che ne abusa. Lentamente e con mio enorme stupore ho potuto comprendere che un bambino di strada che sniffa solvente per le strade dell’America Latina non è poi tanto diverso da un tossicodipendente che si buca a Tor Bella Monaca o che abusa di cocaina a Ponte Milvio. Cambiando gli scenari geografici, i soggetti in esame, i tempi e gli strumenti di osservazione, ciò che non varia è la dinamica sottostante al fenomeno della tossicodipendenza e tutto ciò che essa comporta sul piano psicologico per i suoi pericolosi effetti intra e interpersonale.

La madre non si nega

Era questa la frase inquietante che spesso i bambini di strada di Ciudad de Guatemala utilizzavano mentre li osservavo inalare solvente durante i mesi in cui svolgevo la mia ricerca sulle cosiddette “droghe dei poveri”. All’inizio non capivo che cosa significasse quella frase e quale fosse l’equazione madre = droga. Poi un giorno vidi gli effetti dell’astinenza che tormentava un bambino che aveva terminato il solvente (che nella vita di strada viene usato per anestetizzarsi dai crampi della fame o dalla morsa del freddo). Cercava in tutti i modi di farselo dare da un membro della sua banda senza risultati, finché puntandogli il dito contro e urlando in lacrime le suddette parole ci riuscì. Allora ho capito che la droga è per il tossicodipendente come una madre ideale che in un momento di estrema fragilità e dolore sa mettere tutto a posto annullando qualsiasi sensazione di instabilità e sofferenza. Essa rappresenta per chi ne abusa una figura onnipotente, come una madre appunto, che si fa carico (illusoriamente) di cambiare le cose e che, in modo effimero, ribalta l’esperienza vissuta: da uno stato depressivo sposta velocemente ad uno stato euforico e iperattivo o, al contrario, permette di allontanarsi da una sovrastimolazione angosciante e stressogena verso uno stato di torpore e rilassamento psicofisiologico immediato.

L’effetto stupefacente della droga può favorire nel tossicodipendente uno stato alterato di coscienza in cui si possono ri-creare relazioni ormai perdute come mi raccontava una persona che abusava di crack perché era la droga che consumava insieme alla madre prima che quest’ultima morisse proprio a causa dell’abuso di questa sostanza. Inoltre, come riportato nell’incipit di questo articolo, la droga può far sentire il soggetto apparentemente forte e invincibile dandogli il coraggio di compiere azioni anche pericolose o per sorreggere la precaria stima di sé quando ci si sente feriti e delusi.

Paradossalmente, quindi, il ricorso alle sostanze stupefacenti esprime un bisogno vitale di trascendere il proprio stato di marginalità [Zoja] e di potersi sentire finalmente protagonisti della propria esistenza, delle proprie scelte e di sperare in un futuro migliore [Alexander 1990]. Ciò che viene espresso attraverso lo strumento estremo della droga è, dunque, desiderio estremo di “vivere” un’esistenza migliore [Andrade 1994], di allontanare la depressione, dimenticare le violenze subite, di aumentare l’autostima e di avere l’illusione di “sentire” di avere un’esistenza diversa.

Il costo da pagare però è altissimo sia in termini di salute a causa dei devastanti effetti sul piano psicofisiologico che l’abuso di droga comporta, sia in termini di relazioni sociali ed affettive che vengono pericolosamente compromesse e logorate nel tempo.

Da cosa nasce il fenomeno della tossicodipendenza?

I tratti di personalità che spesso si riscontrano in chi vive una condizione di tossicodipendenza sono in genere ben definiti: assenza di reale autonomia, dipendenza, vuoto relazionale, bisogno di fuggire dalle relazioni, instabilità emotiva, rotture ripetute con l’ambiente e isolamento affettivo [Ravenna 1997].

Vi sono però approcci diversi allo studio e al trattamento rivolto a chi abusa di sostanze stupefacenti fino ad arrivare a perdere tutto ciò che di più caro ha al mondo. C’è chi ha un approccio di stampo medico [Barra 1982], chi socio-politico [Lutte 1987] chi cerca di tener conto della complessa relazione di fattori psico-sociali per restituire a tale tema la complessità di cui è intriso [Ciotti 1992].

La mia esperienza maturata nel lavoro per le strade di Paesi del Terzo Mondo come dell’estrema periferia romana mi porta a pensare che sia se lo consideriamo come un malato sia se lo consideriamo come un prodotto di una società malata il tossicodipendente (bambino, giovane o adulto che sia) ha sempre a che fare con una impalcatura psicologica che nella sua instabilità e precarietà viene tenuta in piedi, paradossalmente, proprio dal ricorso alla droga che al contempo mette a rischio la sua stessa vita.

In accordo con Cancrini [1982] ritengo che la dipendenza dalle sostanze stupefacenti costituisce il tentativo del soggetto di fronteggiare da solo livelli di sofferenza ed angoscia percepiti come intollerabili. Intendo parlare in tal senso della droga come un sintomo, che come tutti i sintomi tenta di apportare una sorta di equilibrio psicofisiologico, una autoregolazione, nel precario sistema mentale dell’individuo che ne abusa.

Kohut [1971] ritiene che il ricorso alla droga vada compreso in relazione al rapporto primario madre-bambino. Se la relazione suddetta risulta eccessivamente frustrante, può portare ad un serio disturbo identitario. La delusione ripetuta nel tempo può essere allora allontanata mantenendo inalterata la primitiva immagine idealizzata di essa che però al contempo indebolisce l’Io che non è in grado di tollerare né le frustrazioni né la condizione di dipendenza da un genitore vissuto come onnipotente ma che in realtà non è in grado di alleviare la sofferenza. E’ a questo punto che il soggetto scopre che i suoi sentimenti di inadeguatezza possono essere allontanati ricorrendo ad un oggetto esterno e illusoriamente controllabile come la droga” [Ravenna op cit].

Anche per Bergeret [1982] come per Cirillo [1996] il ricorso alla droga rappresenta un tentativo di far fronte a delusioni continue e ripetute che il soggetto ha vissuto nell’infanzia in relazione alle figure di attaccamento vissute come vuote e distanti con cui, di conseguenza, impara a sviluppare relazioni disfunzionali e patologiche [Tronik 2010].

In tal senso non si vuole criminalizzare o etichettare la famiglia del tossicodipendente ma, come dimostrato già verso la fine degli anni ’70 da terapeuti familiari [in Ravenna op. cit], la persona che è dipendente dalle droghe presenta anche livelli di dipendenza dal nucleo familiare anche se lo nega. Inoltre, è stato evidenziato come in tali tipologie di famiglie vi sia una netta sovversione delle gerarchie tradizionali: il padre appare una figura assente ed emotivamente distante mentre la madre appare particolarmente coinvolta, indulgente e spesso simbiotica. In tal senso la dimensione familiare diventa una polveriera pronta ad esplodere. Il figlio può ricercare tramite la tossicodipendenza lo status di “malato” che gli permetta di avere le attenzioni familiari che gli sono mancate. D’altra parte, in tal senso la coppia genitoriale viene tenuta insieme proprio dallo stato di malattia di quest’ultimo poiché in tal modo riesce a distogliere l’attenzione dai propri conflitti e ritrovare l’unione di coppia per affrontare i “problemi del figlio”.

Stanton [1979] osserva che tali contesti sono ben noti nel lavoro clinico con pazienti tossicodipendenti. Si osserva molto spesso, infatti, che il soggetto arriva ad abusare delle sostanze stupefacenti sviluppando non una vera emancipazione ma piuttosto una sorta di “pseudoindividuazione”. Attraverso l’uso di droghe si vorrebbe rimarcare una propria emancipazione ed indipendenza dai genitori, ma ciò non è che illusorio poiché dalle figure di riferimento diventa sempre più dipendente (gli forniscono il denaro, lo accudiscono, lo aiutano a superare tale condizione).

Il percorso di disintossicazione

Nel mio studio di psicoterapia le storie di vita che negli anni ho avuto l’onore di conoscere mi hanno sempre mostrato esseri umani tutt’altro che brutti, sporchi e cattivi come spesso la cultura dominante li descrive. Piuttosto, sono entrato in contatto con storie di individui fragili, insicuri, angosciati e molto spesso traumatizzati da qualcosa o da qualcuno. Persone che usano la droga come una corazza attraverso cui potersi proteggere. Non parlo solo del tossicodipendente che vive per strada attraverso attività spesso devianti e legate alla criminalità. Parlo anche di persone in giacca e cravatta che per una ragione o per l’altra hanno trovato nell’abuso di sostanze stupefacenti un ansiolitico, un antidepressivo, una compagnia, un punto di fuga o il genitore che avrebbero voluto avere.

Ecco perché le cause di questo fenomeno non possono essere ridotte a dicotomiche distinzioni o superficiali considerazioni. Si tratta di un fenomeno trasversale che riguarda tanto il contesto familiare quanto quello scolastico e lavorativo, uomini e donne, di età variabile alle prese con sostanze stupefacenti i cui costi molto bassi e l’estrema facilità di reperirle rendono il fenomeno incontrollabile e difficile da contrastare senza programmi terapeutici di prevenzione e riabilitazione adeguati.

Gli anni di tirocinio e volontariato svolti presso l’Agenzia Comunale per le Tossicodipendenze del comune di Roma ed in varie strutture terapeutiche impegnate nella disintossicazione e riduzione del danno mi hanno permesso di testimoniare che disintossicarsi è possibile anche se è un percorso complesso e articolato in più fasi.

Là dove vi è una giusta integrazione del lavoro di rete tra i vari servizi territoriali (Ser.T., comunità riabilitative, clinica psicoterapeutica) il tossicodipendente può fare una esperienza sconosciuta e trasformativa, quella di sentirsi accolto, sostenuto ed incoraggiato in un percorso complesso ma possibile di evoluzione e rinnovamento che lo porti a comprendere e mettere in pratica equilibri più funzionali e meno pericolosi (per sé e per gli altri).

La disintossicazione dall’abuso di sostanze stupefacenti passa non solo attraverso un lavoro sul piano fisico ma, inevitabilmente, è legata alla disintossicazione mentale del ritenere di non poter stare in piedi (lavorare, relazionarsi, giocare, ecc.) senza l’ausilio della droga che nel tempo è diventata come una stampella o una ingessatura che si vorrebbe mettere via seppur si ha paura di cadere e stare male muovendosi senza.

Gradualmente, nel corso del processo di disintossicazione i pazienti iniziano ad avvertire ad un certo punto un senso di smarrimento, come se la propria bussola interna non funzionasse più in associazione allo stato alterato di coscienza dovuto al consumo di droga. Gli affetti negati, i traumi rimossi, i vuoti irrisolti ecc. emergono dal profondo di se stessi e finalmente possono avere l’attenzione che meritano e che non hanno mai avuto. A volte si tratta di elaborare il lutto di chi in un modo o nell’altro non fa più parte della propria vita, altre volte, invece, si tratta di fare gli sforzi necessari per rimettere a posto quelle relazioni significative che si reputava ormai perse del tutto e che, invece, si scopre con meraviglia che sono ancora lì ad aspettare di essere godute a pieno (ma in sicurezza).

Stiamo parlando chiaramente di un lavoro complesso con tempi e stagioni variabili e dove il ricorso alla sostanza come effimero lenitivo, rapida distrazione e veloce appagamento, ecc. è sempre in agguato. Ma la clinica psicologica ci dice chiaramente che la droga non è l’unico sintomo da trattare. Molto spesso i pazienti hanno altre forme di dipendenza, spesso dall’alcol, dal gioco d’azzardo o dallo shopping compulsivo manifestando in tal modo una grave difficoltà nel contenere ed elaborare i propri vissuti e le proprie emozioni. Quest’ultime sono quasi sempre un mondo sconosciuto e più che altro agite impulsivamente. I tossicodipendenti molto spesso usano le emozioni in modo manipolatorio e ciò li porta non solo a mettere a repentaglio i rapporti a cui tengono ma li conduce, di conseguenza, ad avere scarsa fiducia nelle relazioni. Questo perché l’altro con cui ci si interfaccia viene spesso visto e vissuto attraverso la proiezione del proprio assetto manipolativo necessario per raggiungere a tutti i costi il reperimento della droga.

Lavorando con pazienti tossicodipendenti emerge molto chiaramente la difficoltà che essi fanno nel conoscersi aldilà dell’armatura che la droga ed il suo abuso rende possibile. Spesso si muovono spaventati negli anfratti della propria psiche alla ricerca dei significati che li hanno portati a rischiare la vita con una overdose, a perdere mogli e figli, a fare a botte con i loro genitori per ridare i soldi agli usurai ecc.

Ma è proprio dalla continua esplorazione e comprensione di quella vulnerabilità che può uscire fuori la possibilità e la capacità di funzionare anche senza ricorrere al paradosso della droga che con la sua impalcatura precaria e fittizia tiene da un lato in piedi l’individuo e dall’altro lo devasta internamente e socialmente.

La disintossicazione, come detto, è un percorso complesso poiché la logica del tutto e subito che dà come sensazione la droga viene invertita e messa in discussione dal lento e graduale lavoro dell’analisi introspettiva che, seduta dopo seduta, permette di esprimere se stessi e conoscere altre strade, strategie ed assetti mentali che fino ad allora non si vedevano o si ritenevano impraticabili. Accogliendo ed accettando le proprie vulnerabilità ed i propri limiti il soggetto impara così a diventare genitore di se stesso, in grado di esprimere le proprie risorse interne in modo sano e capace di saper trasformare le proprie fragilità in punti di forza.

La disintossicazione è, dunque, come una sorta di lunga e complessa gravidanza psicologica al termine della quale il soggetto che si è fatto pienamente carico della sua storia può arrivare a partorire un nuovo assetto di Sé ed un modo più funzionale e meno dannoso di vivere la vita.

Giuseppe Fulco
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Bibliografia

  • Alexander B. K. [1990], in Ravenna M. Psicologia delle Tossicodipendenze, Il Mulino, Urbino, 1997
  • Andrade S.A. [1993], I ragazzi di strada, in Partecipazione, n. 4, pp. 8-13
  • Barra M. [1982], Tossicomanie giovanili: tecniche di recupero: otto lezioni sulla droga ad uso di genitori, insegnanti, personale medico e paramedico, Savelli Editori, Milano
  • Bergeret J. [1982], Chi è il tossicomane? trad. it. Dedalo, Bari.
  • Cancrini L. [1982], Quei temerari sulle macchine volanti. Studio sulle terapie dei tossicomani, La nuova Italia Scientifica, Roma
  • Ciotti L. [1992], I luoghi comuni della droga, in Alfabeta, n. 1, pp. 11-27.
  • Cirillo S. [1996], La famiglia del tossicodipendente, Cortina, Milano.
  • Kohut H. [1971] Narcisismo e analisi del sé, Torino, Boringhieri.
  • Lutte G. [1987], Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Il Mulino, Bologna.
  • Ravenna M. [1997], Psicologia delle Tossicodipendenze, Il Mulino, Urbino
  • Stanton M.D. e Todd T.C. [1982], The family therapy and the drug addiction, in Ravenna M. Psicologia delle Tossicodipendenze, Il Mulino, Urbino, 1997.
  • Tronik E. Z. (2010), Espansione diadica degli stati di coscienza e processo di cambiamento terapeutico, trad. it., in Quaderno di psicoterapia del bambino e dell’adolescente, Vol. 32. Pp. 99 – 110.
  • Zoja G. [1985], Nascere non basta, iniziazione e tossicodipendenza, Cortina, Milano.

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